Il credente

Non è facile tracciare un profilo di un uomo che con la sua semplice vita non ebbe altro scopo che il compimento del proprio dovere seguendo, come San Francesco, il Vangelo.

Negroni Zaccaria, nato a Marino nel 1899 da Giuseppina  Paglia e Tito Negroni, considerata la famiglia più ricca di questa città, vive una vita tranquilla e non particolarmente religiosa, se lui afferma di essersi trovato in difficoltà quando il Parroco lo elesse Presidente del Circolo “Religione e Patria”, perché andava a Messa, sì e no, a Pasqua e Natale. Da quel momento andò a Messa tutte le domeniche e nelle altre feste comandate: doveva pur dare l’esempio (1).

Certo è che lo Zaccaria Negroni partito per iscriversi a Torino al corso di Ingegneria, non fu lo stesso che tornò laureato, non certo per lo studio quanto per la formazione dell’uomo.

Partì nel ‘17 per il fronte come tutti quelli della classe ‘99 “i ragazzi del Piave” che insieme ai soldati d’Italia arrestarono l’invasione. Questa breve parentesi di guerra lo portò a riflettere profondamente sul significato della vita e ritornò cambiato alla vita civile. Non fu una conversione come quella di Paolo di Tarso e tanto meno quanto quella di Sant’Agostino. Era, per così dire, una conversione nel senso che un cristiano mediocre era diventato cristiano al cento per cento (1).

Mentre prima del ‘17 a Torino, era un semplice studente universitario, ritornato, incomincia ad appartenere al Circolo “Cesare Balbo” dove incontra e conosce Piergiorgio Frassati, altra grande figura della Chiesa e soprattutto dell’Azione Cattolica, tanto da essere proclamato Beato da Giovanni Paolo II il 2° maggio 1990. Entrambi sono da sprone e da modello ai giovani di oggi come lo sono stati per quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerli, tenendoli come punto di riferimento per la propria vita cristiana. Con il Loro esempio ci invitano a porre al centro della nostra vita la Preghiera e la celebrazione Eucaristica per camminare “spediti” nella via della santità. Don Cojazzi nella biografia di Piergiorgio Frassati (1) riporta un dialogo degli ultimi giorni di Università tra Piergiorgio e Zaccaria che merita di essere riportato per intero:

Erano in visita ai poveri; io e lui soli, per il solito giro.
Si parlava del nostro avvenire, Piergiorgio mi dice: Che farai tu laggiù a…
adesso che avrai preso la laurea? – Tutto… meno che l’ingegnere! – Risposi.
Egli capì perfettamente cosa voleva intendere: i doveri della vocazione non
avrebbero soppresso quelli strettamente professionali, ma sarebbero stati essi
i primi, gli unici doveri della nostra anima. Piergiorgio disse: Anch’io farò così
”.

Zaccaria Negroni oltre Frassati conobbe altre due persone che ritroveremo poi a Marino Emilio Giaccone e Clemente Ferraris di Celle di Torino (2); insieme si ritrovano a casa di Mons. Grassi e fondano i “Discepoli di GESÙ”; Ferraris dopo qualche tempo torna nella sua Torino per una vocazione più alta: quella del Sacerdozio.

Di Mons. Grassi e di Emilio Giaccone esistono due libri scritti da Zaccaria Negroni dove appunto parla della loro vita e delle loro opere; naturalmente in parte fa un’autobiografia.

A questo punto per far meglio comprendere alcuni fatti di questi personaggi bisogna fare un accenno storico a quello che era la vita di quel periodo di Marino e dei paesi dei Castelli Romani già dominio dello Stato Pontificio.

Il Vescovo di Albano, Cardinale Agliardi, chiama Don Guglielmo Grassi ormai a Roma da sei anni (1908) (2), gli espone la situazione dicendo:

“Ho la parrocchia di Marino in condizioni tristissime: la Chiesa parrocchiale chiusa, gli anticlericali trionfanti, i cattolici avviliti e dispersi; e quel che è peggio, la casa parrocchiale è occupata dall’infelice parroco apostata!… s’è degradato al punto di partecipare in veste talare! Alle manifestazioni pubbliche degli acerrimi nemici della Chiesa.
Don Guglielmo capì benissimo quello che gli si proponeva… ma non s’era fatto prete per questo per salvare le anime a costo della vita? Accettò in via provvisoria. Quel “provvisorio” durò quarantasei anni, durò tutta la vita. Prese possesso della Parrocchia nei sotterranei della Chiesa, perché era in fase di restauro. La casa era abitata dall’Abate apostata per cui inizialmente non aveva nemmeno un alloggio stabile. Venne accolto dalle autorità locali con ostentata indifferenza. Iniziò a radunare i giovani e quando i settari si accorsero di quello che stava accadendo, era tardi. Il locale predominio massonico crollò e fiorirono varie opere cristiano–sociali. La reazione ovviamente fu violenta ‘serenate’ sotto la finestra, a suon di fischi e colpi di pistola; aggressione ai cattolici. La prima processione dopo anni venne fatta tra due file di soldati per paura di gravi disordini. L’odio giunse al punto da far esplodere un ordigno sotto la finestra della camera del Parroco diffondendo panico e causando la rottura dei vetri di tutto il rione. La risposta a questo fu quella di continuare a lavorare e pregare per loro”.

Negroni naturalmente era cresciuto in quest’ambiente, ma probabilmente questi fatti li aveva vissuti marginalmente. Rientrato da Torino, invece, ha le idee ben chiare per lui esiste solo GESÙ. È dura la reazione paterna che tante speranze aveva riposto in lui, ma Zaccaria ha deciso: prende le lenzuola dal suo letto e va in casa di Mons. Grassi, dove ci sono altri due amici che lo attendono (1). È il primo passo, nascono i “Discepoli di GESÙ” (1925). Mons. Grassi già nel 1919 aveva fondato: “Le piccole Discepole di GESÙ” riconosciute dalla Chiesa solo nel 1939 (5).

Chi sono questi Discepoli di GESÙ? Che cosa vogliono? Certamente all’inizio non lo sapevano nemmeno loro. Sapevano che erano in tre e volevano rispondere con tutta la capacità e la generosità che avevano, alla “chiamata” di GESÙ che li invitava a rinunciare a tutto per seguirLo ma senza abbandonare le proprie attività dovevano essere “laici” impegnati nell’apostolato. Possiamo leggere nella primitiva “regola” dettata da Mons. Grassi: “I Discepoli di GESÙ non entrano nella gerarchia ecclesiale, ma sono umili collaboratori dei Vescovi e dei Parroci ai quali devono prestare assistenza speciale in quel ministero che è l’apostolato sociale”.

Negroni traccia un profilo del Discepolo di GESÙ sul libro scritto su Mons. Grassi che merita di essere riportato per esteso perché meglio di Lui chi pur spiegarlo? Scrive:

Il Discepolo di GESÙ è UOMO – Le virtù umane quali la lealtà, l’onestà, la giustizia, la cortesia, l’umana comprensione… sono coltivate con impegno di testimonianza nei quotidiani rapporti con il prossimo. Il Discepolo ha un alto concetto della Famiglia naturale, nutre grande affetto e riconoscenza per i Genitori e mantiene rapporti di delicata attenzione con i familiari; mentre ama di un amore forte e fedele la Famiglia dei Discepoli di GESÙ. Il Discepolo ha una propria posizione professionale, non importa a quale livello della scala sociale ma dignitosa. Con i colleghi e i compagni di lavoro ha rapporti di cordialità ed è con essi solidale in tutto quanto è giusto e onesto. La rinuncia a formarsi una famiglia naturale dilata e potenzia la disponibilità del Discepolo. Il suo amore per i fratelli non ha confini le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti quelli che soffrono, sono le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del Discepolo di GESÙ e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel suo amore[1].

Il Discepolo di GESÙ è CRISTIANO prende ispirazione dal Vangelo; ama la Chiesa, corpo mistico di Cristo lieto di prestare la propria collaborazione nel servizio della Comunità, in spirito di fedele adesione al Magistero e in umile familiarità con i Pastori della Chiesa.

Il Discepolo di GESÙ nutre filiale confidenza verso la Madre di DIO e Madre dei Discepoli.

I Discepoli di GESÙ – si legge nella primitiva “regola” dettata dal Fondatore Mons. Grassi – siano soprattutto uomini di preghiera. Si ricordino che essi non potranno dare alle anime se non l’esuberanza della propria vita interiore. La conquista di un’anima è un mistero che si nasconde nei segreti di DIO e dipende dalla santità dell’apostolato e dalla libera effusione della Grazia. Non la vastità del sapere, ma la profonda umiltà e il
fervore della carità portano anime a DIO
”.

Il Discepolo di GESÙ è PORTATORE DI PACE il distacco dai beni del mondo e il gioioso abbandono nella Provvidenza, e la certezza di compiere il Divino Volere nel religioso rispetto d’intelligenza e di volontà al Magistero della Chiesa, fanno dei Discepoli di GESÙ un portatore di pace, di serenità, di letizia e di unità nella comunione ecclesiale.

Il Discepolo di GESÙ rende così testimonianza al Vangelo, annunciando la morte del SIGNORE proclamando la sua Resurrezione, nell’attesa della sua venuta. Sembra assurdo per noi vivere una vita in questo modo e soprattutto così dura. È certo, dalla testimonianza di quanti gli sono stati accanto, che Lui l’ha vissuta in modo esemplare, anche se qualche volta se ne lamenta perché non riesce a essere perfetto.

Scrive il 16 ottobre del 1948¸ a Carlo Carretto:

Carissimo Carlo,

ho molti debiti verso la Gioventù che non riuscirò mai a pagare. E resto mortificato di non poter fare di più. Grazie per le buone parole ed auguriamoci che il XXV veda raddoppiati gli Aspiranti! Ossequi filiali a Mons. Sargolini. Ave MARIA! Con fraterno affetto in C.G..

Carretto gli risponde il 19 ottobre 1948, oggi neanche un espresso arriva così in fretta.

Negroni carissimo,

la tua generosità verso la Gioventù è sempre grande e commovente Accetto per i giovani più bisognosi anche questo munifico dono di quanto ti era dovuto. La Madonna che tanto ti vuol bene, ti sarà grata per me. Il XXV degli Aspiranti sarà degno del loro “PAPÀ” che certo sarà con loro nelle celebrazioni con gli auguri più belli per il tuo lavoro con fraterno affetto ti abbraccio nel SIGNORE.

Zaccaria Negroni fu un precursore dei tempi, dall’intuizione geniale di Mons. Grassi che seppe dare forma e contenuto alle aspirazioni di questi giovani che nel 1925 idearono quello che la Chiesa sancirà solo più tardi con la Costituzione Apostolica “PROVIDA MATER ECCLESIA” di Pio XII nel 1947 e con il Decreto del Concilio Vaticano II “PERFCTAE CARITATIS” (1965). A tal proposito diamo uno sguardo a quest’ultimo documento al punto undici:

  1. Gli Istituti Secolari, pur essendo istituti religiosi, tuttavia comportano una vera e completa professione dei Consigli evangelici nel secolo, riconosciuta dalla Chiesa. Tale professione agli uomini e alle donne, ai laici e chierici che vivono nel secolo, conferisce una consacrazione. Perciò essi anzitutto intendono darsi totalmente a DIO nella perfetta carità, e gli istituti conservino la propria particolare fisionomia cioè quella secolare, per essere in grado di esercitare efficacemente e dovunque il loro specifico apostolato nella vita secolare, come se appartenessero alla vita secolare.
  2. Tuttavia sappiano (gli Istituti Secolari) che non potranno assolvere un compito così importante, se i loro membri non riceveranno una tale formazione nelle cose divine e umane da diventare realmente fermento nel modo, destinato a dare vigore e incremento al Corpo di Cristo. I superiori, perciò seriamente procurino di dare ai loro sudditi una istruzione specialmente spirituale e di sviluppare ulteriormente la loro formazione.

Da questo breve succinto riferimento del Concilio si deducono le caratteristiche fondamentali degli Istituti Secolari, che possiamo così riassumere:

– si tratta di vera e completa professione dei Consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza), che comporta una consacrazione a DIO totale, nella perfetta carità;

– i membri degli Istituti Secolari devono conservare la fisionomia secolare, comportandosi ovunque come se appartenessero alla vita secolare;

– la finalità è ben specificata esercitare efficacemente ed ovunque l’apostolato nella maniera propria di chi vive nel secolo;

– è sottolineata in fine l’esigenza di una profonda formazione nelle cose divine e umane (anche umane), per operare come fermento nel mondo.

Chi sono i membri degli Istituti Secolari?

Risponde a questa domanda il Santo Padre Paolo VI, nel discorso ai rappresentanti degli Istituti Secolari tenuto a Roma il 2° settembre del 1972, anno XXV della “PROVIDA MATER ECCLESIA”:

Voi siete a una misteriosa confluenza tra due poderose correnti della vita cristiana (la
corrente ‘religiosa’ e la corrente ‘laicale’), accogliendo ricchezze dall’una e dall’altra. Siete laici, consacrati come tali dai sacramenti del battesimo e della cresima; ma avete scelto di accentuare la vostra consacrazione a DIO con la professione dei Consigli evangelici, assunti come obblighi con un vincolo stabile e riconosciuto. Restate laici, impegnati nei valori secolari propri e peculiari del laicato, ma la vostra è una secolarità consacrata. D’altra parte, non siete religiosi, ma la vostra scelta conviene con quella dei religiosi, perché la consacrazione che avete fatto vi pone nel mondo come testimoni della supremazia dei valori spirituali ed escatologici, cioè del valore assoluto della vostra carità cristiana. La Consacrazione battesimale è stata radicalizzata in seguito ad un’accresciuta esigenza di amore, suscitata in voi dallo Spirito Santo… Tale da spingervi ad un fondamentale per la vita secondo le beatitudini evangeliche. Così siete realmente consacrati e realmente nel mondo. Siete nel mondo, e non del mondo, ma per il mondo. La vostra è una forma di consacrazione nuova e normale originale suggerita dallo Spirito Santo per essere vissuta in mezzo alle realtà temporali e per immettere la forza dei Consigli evangelici cioè dei valori divini ed eterni in mezzo ai valori umani e temporali. Le vostre scelte di povertà, castità e ubbidienza sono modi di partecipazione alla croce di Cristo, perché a Lui vi associano nella privazione dei beni altrove leciti e legittimi; ma sono anche modi di partecipazione alla vittoria di Cristo risorto, poiché vi liberano dal facile sopravvento che tali valori potrebbero avere sulla piena disponibilità del vostro spirito
”.

Zaccaria Negroni vive tutto questo con ogni piccolo grande uomo aiutandosi in questo con la paziente osservanza del “piccolo ufficio” che i Discepoli di GESÙ recitano ogni giorno (7).

Ciascuna delle “ore” ha la sua nota caratteristica. MATTUTINO incomincia con la parola confortatrice di GESÙ: “Non temete, piccolo gregge, poiché piacque al Padre vostro dare a voi il Regno” (S. Luca, XXII, 32–34).

È ricordata la chiamata dei Discepoli, e la loro speciale missione, con le parole con cui si inizia il Capitolo X di S. Luca: “Elesse il SIGNORE altri settantadue; e li mandò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove egli era per andare; e diceva loro: “La mésse è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il Padrone della mèsse, ché mandi operai per la sua raccolta”.

Viene infine ripetuto il dolce e forte invito di GESÙ al giovane ricco (S. Matteo, XIX, 21): “Se vuoi essere perfetto va, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo. Poi vieni e seguimi”.

Alle LAUDI si continua la lettura del capo X di S. Luca (versetti 3 e 4): “Andate, ecco io vi mando come agnelli tra i lupi. Non portate né borsa, né sacca, né calzari; e per  strada non salutate alcuno”.

A questo punto, normalmente, si inserisce la meditazione e quindi la S. Messa, nello spirito della sacra liturgia.

PRIMA si conclude con la lettura di un altro passo del capo X di S. Luca (versetti 5 e 6): “In qualunque casa entrerete, dite prima: Pace a questa casa. E se ci sarà un figlio di pace, la vostra pace si poserà su lui, se non ritornerà a voi”.

Il Discepolo è portatore di pace la pace di GESÙ, non quella che dà il mondo (cfr. S. Giovanni, XIV) la pace che è premio della “giustizia”, di cui il discepolo di GESÙ deve avere “fame e sete” (cfr. il Discorso delle Beatitudini in S. Matteo, V, 6); la pace vera, infine, frutto dello Spirito Santo, che come canta il Poeta della “Pentecoste” è “immobile” ai “terrori” della persecuzione e alle “lusinghe infide” del Tentatore:

…pace

Che il mondo irride.

Ma che rapir non può”.

Dopo PRIMA viene sospesa la lettera del capo X di GESÙ; Luca; risponderà a VESPRO. Il sole è ormai apparso all’orizzonte e incomincia la giornata di lavoro. Si tratta ora di mettere in pratica gli insegnamenti di GESÙ.

A TERZA, SESTA e NONA vengono messi in rilievo tre particolari aspetti della pietà dei “Discepoli” la fedeltà alla Chiesa e alla Gerarchia, che il “Discepolo di GESÙ” è chiamato in modo speciale a servire (TERZA); la carità fraterna, che è “il segno di riconoscimento” dei Discepoli (SESTA); la devozione al Sacro Cuore di GESÙ e a MARIA Santissima, che è la Madre dei Discepoli (NONA).

Diamo uno sguardo a ciascuna di queste “ore”. TERZA, l’ora in cui lo Spirito Santo discese nel Cenacolo, si concluse con recita della “Sequenza” di Pentecoste, anche a significare la speciale devozione dei “Discepoli di GESÙ” per la Terza Persona della Santissima Trinità. Si riafferma la fedeltà alla Chiesa e la devozione filiale alla Gerarchia e si prega per il Papa, per il Vescovo per il Parroco e per tutti gli altri Sacerdoti, ed anche per i laici che partecipano all’Apostolato Gerarchico, ossia per l’A.C..

È messa in particolare rilievo l’umiltà del “Discepolo” e la sua perfetta obbedienza ai Pastori della Chiesa, ricordando l’ammonimento del primo Papa (I. lettera di S. Pietro, 5, 5): “Siate soggetti ai Sacerdoti; e tutti rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri, perché DIO resiste ai superbi e dà la grazia agli umili”.

SESTA è l’ora del convito spirituale coi fratelli. Si ripete il sublime inno alla Carità, di S. Paolo (I. ai Corinti, 13, I – 9). Si ripetono le parole ispirate dell’Apostolo della Carità (I. lettera di S. Giovanni, 4, 15): “DIO è carità; e chi sta nella carità sta in DIO e DIO in lui”.

Si ricorda infine, che la carità è il segno di riconoscimento dei Discepoli di GESÙ (Vangelo di S. Giovanni, III, 34–35): “Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli se vi amerete l’un l’altro come io ho amato voi”.

NONA è l’ora della morte di GESÙ: l’ora del S. Cuore (trafitto dalla lancia) e dell’Addolorata. Si legge un tratto della Passione di GESÙ nel racconto dell’apostolo S. Giovanni (XIX, 34): “Presso la croce di GESÙ stavano sua Madre e la sorella di sua Madre Maria di Cleofa e Maria Maddalena. E GESÙ, vedendo sua Madre e vicino a Lei il discepolo che gli era caro, disse a sua Madre: Donna, ecco il tuo figlio. Poi disse al discepolo: Ecco la Madre tua”.

Queste ultime parole in latino “Ecce Mater tua” – vengono ricordate dai “discepoli” con particolare affetto; esse figurano tra l’altro, nei fogli intestati dell’Istituto, quasi motto araldico di una Nobiltà che trascende tutte le dignità umane.

Ed eccoci a VESPRO. Il giorno volge ormai al termine; dal capo di S. Luca è riportata la scena del ritorno dei discepoli dalla loro missione (vers. 17–20): “I settantadue tornarono lieti dicendo SIGNORE, anche i demoni sono a noi soggetti in virtù del tuo nome. E GESÙ disse loro: Io vedevo satana cadere dal cielo come folgore; ecco, v’ho dato potere di calcare serpenti e scorpioni e di superare tutta la potenza del nemico; e nulla vi farà male. Pure non vi rallegrate perché vi stanno soggetti gli spiriti; ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nel cielo”.

È un richiamo forte e soave alla santa umiltà. I successi nell’apostolato non dipendono da noi, dalla nostra abilità umana, ma dalla potenza e liberalità di DIO. Non dobbiamo dunque menar vanto di quanto il SIGNORE si degna operare per nostro mezzo, perché “siamo servi inutili” (S. Luca XVII, 10). Ma è soprattutto un richiamo alla “beatitudine” della vita alla contemplazione di DIO, che ha inizio su questa terra e si perfeziona in cielo. Lo spiegano meglio le parole di GESÙ, che seguono (S. Luca, X, 22–25): “Tutto fu dato a me dal Padre mio e nessuno conosce chi sia il Figliolo, fuori del Padre; né chi sia il Padre, fuori del Figliolo, e fuori di colui al quale il Figliolo avrà voluto rivelarlo. E rivolto ai suoi discepoli disse: Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete!…”.

Lo stesso concetto è infine chiaramente espresso nelle parole con le quali si chiude il capo di S. Luca, rivolte da GESÙ alla sorella di MARIA Maddalena: “Marta, Marta, tu ti
affanni e ti inquieti di troppe cose. Eppure una sola è necessaria. E MARIA ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta
”.

Ad esprimere la pena del cuore per tutti questi divini richiami, viene a proposito la recita del “Magnificat”, il sublime Cantico di MARIA Santissima (S. Luca, I, 46–55).

Il sole è ormai tramontato, è il momento della visita a GESÙ Eucaristico. Il pensiero corre spontaneo ai discepoli di Emmaus (cfr. S. Luca, capo XXIV), che riconobbero GESÙ “allo spezzar del pane” e dei quali vien riportata l’ardente invocazione: “Resta con noi, o SIGNORE, perché si fa sera e il giorno declina!”.

È sopraggiunta la notte. Si è recitato il Santo Rosario, si è fatto diligentemente l’esame di coscienza e chiesto perdono a DIO delle mancanze commesse.

Prima del riposo si recita COMPIETA, l’ultima “ora” del “piccolo ufficio”, che riporta ancora un tratto del capo di S. Luca (versetto 21): “In quel punto GESÙ esultò di Spirito Santo e disse Gloria a te, Padre, SIGNORE del cielo e della terra, ché hai nascoste queste cose ai savi e avveduti e le hai rivelati ai semplici. Così, Padre, perché così piacque a Te”.

I Discepoli fedeli alla propria Vocazione sono, come gli Apostoli, “la gloria di Cristo” (S. Paolo, II ai Corinti, 9, 23).

GESÙ esulta e prorompe in un inno di grazie al Padre Celeste, perché ad essi, e non
ai savi e avveduti del mondo, ha riservato i segreti del Regno.

Così, nel giro di ciascuna giornata, il “Discepolo di GESÙ” sente di trascorrere, come in compendio, tutta la sua vita di religioso dalla “chiamata”… alla Gloria!

Così, nello Spirito del Vangelo, il discepolo vive in DIO la sua “giornata” terrena accumulando tesori per la vita eterna.

Quanti dotti sono completamente all’oscuro di questi santi misteri, e si affaticano invano a ricercare la soluzione dei più grandi problemi della vita! Essi soffrono indicibilmente.

Beato te se per la tua umiltà giungesti dove questi per la loro superbia non giunsero (5).


[1] Cfr. La Costituzione del Concilio Vaticano II: Gaudium et spes n°1.